La salita al Monte Vettore è sempre… la salita al Monte Vettore. Ovvero quei settecento metri di dislivello (per lo meno sino al Bivacco Zilioli), aggressivi e a tratti arroganti, che ti acciaiano i quadricipiti femorali. La fatica viene costantemente ripagata da panorami che sfidano lo spazio-tempo: viste aggettanti sulla piana fiorita; controluce taglienti verso i Monti della Laga; il movimento ritmico e sinuoso dell’erba al soffio delle termiche; le lingue dell’ultima neve affiancate da margherite di dimensioni enormi e il piacere di rivedere il bivacco Tito Zilioli ricostruito come la montagna comanda: una Capanna Margherita in miniatura. Il tutto con vista Adriatico sullo sfondo, a fare da argine visivo, dalle pendici del Conero, fino alle coste di un Abruzzo senza confine. Bellissimo.



























Lago di Pilato
Sole da marmotte, fioriture incastonate nella roccia e silenzio pneumatico, rotto dagli squitii dei corvi in quota. E colori da album da disegno.
Quando si supera la linea di vista a precipizio del ghiaione morenico, la vista del lago arriva di colpo e i muscoli si bloccano. Per un attimo i ricordi corrono ad una vista quasi gemella, quella del Rifugio Cavazza Pisciadù, sul bordo dell’omonimo lago, tappa della Alta Via n°2 delle leggende. Ma qui siamo al centro dell’Italia, non sugli altipiani del Sella e si fatica a credere che un luogo così bello possa essere stato creato qui.
Eppure l’occhiale ti guarda, ti scruta dentro quasi fosse Sauron con i Rayban. La discesa nel ghiaione è una esperienza catartica. I contrasti e la saturazione dei colori sono a fondo scala. In fondo trovo i fiori di roccia e una quiete surreale, increspata dal gocciolio del nevaio residuo che percola sulla superficie del lago. In alto, Cima del Redentore, con il suo profilo dentellato disegnato in un cielo blu cobalto e la sua mole a incutere soggezione. Sono solo, con la macchina fotografica e i pensieri spettinati dalle leggere termiche di alta quota. È tutto incredibilmente bello.


















