Alla Corte del Sassolungo: La Città dei Sassi

Doverosa e aneddotica retrospettiva

Per tutti gli anni ‘70, e per buona parte degli ‘80, la salita al Col Rodella non avveniva per mezzo della grande funivia che partiva dalla Piana di Campitello, bensì a mezzo di seggiovia monoposto in metallo tonalità marroncina, che iniziava la sua corsa da dietro una tradizionale abitazione Ladina in Stréda dò Ruf. Ci si metteva in fila in piazzetta al mattino presto, nell’ombra siderale dell’inverno fassano a circa -15 Celsius, ognuno chiuso nel suo silenzio, con gli sci in spalla; si salivano le scalette vellutate di permafrost con gli scarponi, rischiando una strage e si arrivava alla piazzola di partenza, dove l’addetto ti dava una copertina in lana militare, ti faceva un segno di benedizione sulla fronte e ti aiutava ad accomodarti sul seggiolino gelato, che ti prendeva su con annessa frustata sui crociati posteriori, accolta da una appena sussurrata imprecazione alle divinità pagane della montagna. E partiva il viaggio della speranza: venti minuti di solitudine suprema, in cui ti sentivi il protagonista di una eroica spedizione al polo sud, in un silenzio surreale, rotto solamente dal “gni… gni… gni…” delle rotellone gommate del pilone, che stridevano sulla fune in acciaio in cui riponevi tutta la tua speme.

Poi è arrivata la grande funivia e queste avventure al limite della sopravvivenza sono per fortuna terminate, anche se avevano il loro fascino.

Ritorno al presente

Oggi la planata al Passo Sella la prendiamo comoda. In macchina fino all’albergo Lupo Bianco, sulla strada del Pecol, dove la strategica cabinovia Pradel-Rodela ti porta su veloce, vista marmotte. Se prendi anche il secondo troncone ti puoi catapultare alla celebre colazione del Friederich August, “The Yak Place” dove, oltre allo yak, ti aspetta la spianata dei Krapfen vista Sassopiatto, un geniale e perverso colpo di marketing puro che ha portato la celebrità assoluta e mondiale a questo rifugio, che ai tempi miei era una capannetta di legno dove Lino ci portava appena scesi dalla funivia per la sgnapa delle 9.00 del mattino, puro cherosene per il decollo nel Sellaronda. Noi non ci siamo sottratti al rito del krapfen e della relativa fila per impossessarsene e poi… via! tutto giù fino alla Città dei Sassi, il cui sentiero è un vero e proprio cunicolo del tempo delle settimane bianche, dove si perdono ricordi di racchettate infinite sui sali-scendi tra massi e pini mughi, allo stremo delle forze, per guadagnare il rientro serale da Plan De Gralba. Oggi il sentiero è stato rimodellato e gli sciatori possono veleggiare sereni in lieve discesa sino al Passo.

Non poteva mancare una salita allo storico Rifugio Toni Demetz, autentica icona delle Dolomiti. La celebre ovovia bi-posto non lascia spazio ad immaginazione e regala sensazioni da ottovolante, con passaggi radenti tra le rocce di Forcella Sassolungo. Una veloce birretta e poi si rientra, tra brume di umidità e luci che si fanno serali, tra mucche al pascolo ed emozionanti e improvvise visioni sulle Torri del Sella e sulle Odle in lontananza.

Giornata da incorniciare.

Fotografia, Fujifilm, Montagna, Passo Sella, Trentino
Articolo precedente
Piz Boè
Articolo successivo
Buffaure

Post correlati