Ritorno a Pian Grande

Ho trovato un tesoro. Lo ho ritrovato.
È un tesoro alla luce del sole, infinitamente svelato agli occhi di chi vuole guardare.
Valico Forca di Presta, metri 1530 s.l.m.
Plano come un aliante, trasportato da sottili termiche dentro la spersonificante vastità di Pian Grande. Ci cado quasi dentro, affiancato dalla mole del Vettore e da campi di papaveri di color pastello. Visto da questa angolazione la montagna ha il profilo di una nave enorme che solca un mare di erba. Eccoli i Monti Naviganti di Rumiz; sono qui in lenta crociera, tra i vapori delle brume mattutine e pascoli di pecore senza fine. Molte volte sono stato qui. Ho visto la Piana da tutte le angolazioni: dalla cresta aerea del Redentore, dal suo Canyon centrale, dalla opposta Forca Canepine. È sempre la luminosità quella che ti colpisce quando la osservi. Oggi la luce sembra scaturire dalle mie spalle, dal valico; sembra entrare quasi tangente al terreno, appropriarsi di ogni angolo, rubare ogni ruga dei declivi erbosi pettinati da mani nascoste. Rimbalza, entra giocosa tra i vicoli stretti di Castelluccio di Norcia, intagliando ombre durissime, spigolose.
Questo è un tesoro, non può esser altro.

Un luogo straordinario, con una vita ed una economia che è imperniata intorno alla coltivazione della lenticchia. Un luogo che vede inverni duri, dove per quattro mesi tutto va sotto metri di neve. Dove il vento sferza, incessante, ogni lieve asperità e le porte delle case hanno tutte una protezione in lamiera. La piazzetta bassa di Castelluccio fa da valico alla provinciale che incide la dorsale appenninica. Sembra Passo Falzarego; c’è un vago sentore dolomitico: le botteghe e i caffè sulla strada, sole forte ma aria sottile e secca; motociclisti infervorati raccontano del sorpasso più ardito. Le parole “tartufo” e “lenticchie” campeggiano ovunque.
È un’Italia a tinte forti. È un patrimonio umano che continua a legarmi in modo indissolubile a questi luoghi.
L’obbiettivo coglie la vastità, spazi profondi. I colori si inseguono, raggiungendosi e fondendosi in sfumature ardite. Mentre fotografo la silhouette dell’Italia, disegnata a mezza costa con gli abeti dal Genio Forestale, mi prende un “vago senso di infinito panico”.
Lasciar “fuggire” questa Italia sarebbe lasciar andare alla deriva tutto. Montagne, anima, vento, umanità, odori, colori e visioni.
Me la voglio tenere stretta, come fosse una culla nella quale indugia ancora una matura infanzia.
Separarmi da lei, semplicemente, non posso.

g

 

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