Nettuno: le colonne d’Ercole, vascelli e fantasmi.

Non sono un uomo di mare; neanche un lupo. Deciso. Punto e basta.
Sarà per questo che avvicinandomi al mare, lui mi riservi desolazione e tristezza. Oppure è la grigia e ovattata giornata di un inverno pigro. Non tanto uno sconforto interiore, quello per fortuna adesso non c’è. E’ una desolazione fatta di immagini, di paesaggi solo appena abbozzati e poi gettati lì e lasciati ad appassire. Sono le strade che tagliano dritto, che portano al lido, traverse, svolte ortogonali, asfalti diroccati da centenarie radici. A fianco scorrono i muri ed i confini di antica pastorizia, casali scrostati dall’umidità. Archi nel deserto di improbabili centri commerciali.
Poi sono scorci e brandelli di miseria, di una povertà che teniamo cara e che viene da lontano, da dominazioni, da opportunismi facili.
Sono tracce di passaggio umano, parti, oggetti dimenticati, spazzatura cerebrale e oggettiva. Il grigio-verde ci avvolge, ci intride di malinconia e di sussurri, quasi non volessimo parlar forte per non svegliare le nuvole.
L’uomo lascia passaggi di colonizzazione, cemento sulla riva, muri color pastello, per dimenticare, o cercare di farlo. Le vecchie case incombono da dietro. Ferme in bilico sulla spiaggia, a contrastare l’avanzata di Mori e Borboni, muraglia e roccaforte. Ma anche senso di limite, le colonne d’Ercole, varco e soglia invalicabile; ipotetiche braccia che contengono la specie umana. Poi comincia l’ignoto ed il viaggio per l’estraneo elemento: l’acqua.
La piazza del borgo è semideserta, noi siamo figure eteree, solo il rumore degli otturatori delle nostre macchine fotografiche e l’acciottolio delle tazzine da caffè di un bar limitrofo. Per il resto il silenzio è totale, assoluto. Interiore. La statua ed il fantasma del benefattore della città ci accompagnano tra i vicoli scuri, unti di olio di frittura e di nicotina. C’è odore di storia. Ci sono scritte sui muri, poesie afone, scarabocchi ancestrali. E mutande appese alle finestre; a rimarcare che il pudore è un sentimento esterno, da esporre sul davanzale.
Ho scoperto che mi piace osservare questa tristezza, fotografarla. Scoprire il lato dismesso del Bel Paese. Mi serve a rivalutare il confronto con la ostentata opulenza ed il gratuito buonumore che tentano di venderci per farci sentire i primi della classe.

[…]

Troviamo conforto negli spazi ridotti all’osso di una locanda del centro. Il proprietario, volitivo anfitrione, ci tratta a sorrisi ed aneddoti. Ricambiamo, soddisfatti di sapori e profumi di cibo e vino.
Quando usciamo la luce ci proietta in una dimensione onirica. Non è né pomeriggio né sera; siamo semplicemente sospesi in un grigio uniforme virato al ciano. Il porto è il deserto dove riposano i vascelli; è tutto immobile e silenzioso, neanche il debole dondolio degli alberi maestri. L’unico suono sono le grida dei gabbiani che sembrano arrivare dagli antipodi, correndo in riverbero sulla coltre nuvolosa come rapide onde elettromagnetiche.
L’umidità ci avvolge, respiriamo muffa e salsedine, gli odori delle reti dei pescatori avvolte e dormienti sul molo.
Torniamo facendo lo slalom tra le luci e la foschia della sera, che presto cede alla notte. Mi aggroviglio, sonnecchiando tra i pensieri, cullato dal ronzio del motore. Il mare è già lontano.

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